FAME
Se ho voglia, è soltanto
Di terra e di pietre.
Il mio pranzo è sempre aria,
Roccia, carbone, ferro.
Girate, mie mani. Brucate Il prato dei suoni.
Succhiate il gaio veleno
Delle campanule.
Mangiate i ciottoli infranti,
Le vecchie pietre di chiesa;
I sassi dei vecchi diluvi,
Pani sparsi nelle valli grigie.
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Il lupo urlava sotto le foglie
Sputando le piume belle
Del suo pasto di polli:
Come lui mi consumo.
Le insalate, la frutta
Chiedono d’esser colte;
Ma il ragno della siepe,
Mangia solo violette.
Che io dorma! che ribolla
Sugli altari di salomone.
Il brodo corre sulla ruggine,
Si mischia col cedrone.
Infine, o felicità, o ragione, scostai dal cielo l’azzurro, che è un nero, e vissi, scintilla d’oro della luce natura. Dalla gioia, assumevo un’espressione il più possibile buffonesca e balzana:-
–
È ritrovata!
Che? l’eternità.
È il mare che si fonde
Con il sole.
Anima mia eterna,
Mantieni il tuo voto
Malgrado la notte sola
E il giorno di fuoco.
Dunque ti liberi
Dagli umani suffragi,
Dagli slanci comuni!
E libera voli…
– Giammai la speranza.
Nessun orietur.
Scienza e pazienza,
Il supplizio è sicuro.
Non più domani,
Tizzoni di raso,
E il vostro ardore
È il dovere.
È ritrovata!
– Che? – l’eternità
È il mare che si fonde
con il sole.
Divenni un’opera favolosa: vidi che tutti gli esseri hanno un destino di felicità: l’azione non è la vita, ma un modo di sprecare una qualche forza, uno snervarsi. La morale è la fiacchezza del cervello.
A ogni essere, mi sembravano dovute molte altre vite. Quel signore non sa ciò fa: è un angelo. Questa famiglia è una covata di cani. Di fronte a molti uomini, parlai ad alta voce con un istante di una delle loro altre vite. – Fu così che amai un porco.
Nessuno dei sofismi della follia, – la follia da manicomio, – fu da me dimenticato: potrei ripeterli tutti, detengo il sistema.
La mia salute fu minacciata. Giungeva il terrore. Sprofondavo in sonni di giorni e giorni, e, alzato, continuavo i sogni più tristi. Ero maturo per il trapasso, e lungo una via di rischi la mia debolezza mi conduceva ai confini del mondo e della Cimmeria, patria d’ombra e dei gorghi.
Fui costretto a viaggiare, distrarre gli incantesimi adunati nel mio cervello. Sul mare, che amavo come se avesse dovuto lavarmi da un’immondezza, vedevo levarsi la croce consolatrice. Ero stato dannato dall’arcobaleno. La Felicità era la mia fatalità, il mio rimorso, il mio verme: la mia vita sarebbe stata sempre troppo immensa per dedicarsi alla forza e alla bellezza.
La Felicità! Il suo dente, dolce da morire, mi avvertiva al canto del gallo, – ad matutinum, ad Christus venit, – nelle città più oscure:
–
Oh stagioni, oh castelli!
C’è anima senza difetti?
Ho fatto il magico studio
Della felicità, che non si elude.
Evviva sempre, quando
Canta il celtico gallo.
Ah! non avrò mai più desideri:
Ha cura della mia vita.
L’incanto prese anima e corpo
Disperdendo ogni sforzo.
Oh stagioni, oh castelli!
Ahimè, l’ora della sua fuga
Segnerà l’ora del trapasso.
Oh stagioni, oh castelli!
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È finita, oggi so salutare la bellezza.
–
Qui le altre poesie di Arthur Rimbaud
–